Il nostro approccio alla rigenerazione urbana

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Appare chiaro, anche solo aprendo i quotidiani locali, che negli ultimi anni il dibattito cittadino sui nessi tra sicurezza e immigrazione ha spostato l’attenzione sull’area della stazione.

L’unità urbana stazione ha subito negli ultimi vent’anni un forte cambiamento urbano e sociale. Non solo dal punto di vista delle abitazioni, ma anche rispetto all’uso del piano terra (edifici commerciali) e dei marciapiedi, la stazione è oggi uno spazio di multiculturalismo quotidiano. Nell’area della stazione convivono diverse nazionalità di immigrazione e una popolazione italiana over 65 per la maggior parte.
Se turisti, pendolari, studenti passano da Corso del Popolo come porta di ingresso privilegiata alla città, in generale l’immigrazione utilizza quello stesso spazio come un luogo di sosta, di socializzazione e di lavoro.
Esistono poi alcuni vuoti e spazi chiusi dove la microcriminalità ha gioco facile. Piazza Gasparotto si configura proprio come un’area di protezione per la tossicodipendenza e per la marginalità. Una piazza quasi completamente sfitta e che non è luogo di passaggio, ma uno spazio chiuso tra quattro lati di edifici modernisti e quindi perfetto per nascondersi ad occhi indiscreti.
Uno spazio complesso, un vuoto ad oggi riempito da diversi usi, ma che non riescono ancora a dare a quella piazza una identità chiara, se non quella di uno spazio da non attraversare. Piazza Gasparotto fatica ancora a trovare una sua funzionalità, in connessione con il resto della città. Ad essere uno spazio non segregato, ma pubblico.
La parola degrado oggi ha assunto un carattere importante nel discorso pubblico locale: spesso associata alla presenza dell’immigrazione, è un’accezione utilizzata per descrivere un luogo considerato pericoloso, poco accogliente, esteticamente non piacevole e allo stesso popolato da persone “indesiderate”. Troppo spesso l’equazione tra usi considerati non conformi e presenza dell’immigrazione è un’associazione automatica. Eppure piazza Gasparotto, ad uno sguardo attento, è un luogo più piacevole quando è popolata: che siano lavoratori che passano, che siano badanti durante il giorno libero che banchettano.
Ma è possibile cambiare volto a questa piazza? Noi pensiamo di sì, ed è proprio per questo che abbiamo deciso come cooperativa EST di aprire CO+, uno spazio di coworking, al civico n° 7 della Piazza.
Abbiamo immaginato una logica di rigenerazione dal basso, attraverso un presidio permanente del territorio. Noi qui ci siamo ogni giorno, assieme a tutti i nostri coworker. Le iniziative che stiamo progettando e realizzando rientrano in quello che la letteratura chiama sviluppo territoriale: una forma di accompagnamento del territorio, basato su una continua analisi del contesto, con tecniche non invasive e progettate con i suoi abitanti/frequentatori. Per fare questo è indispensabile una collaborazione con le istituzioni, in tutte le forme necessarie. Il disagio sociale, la marginalità, complice anche la crisi, non può essere risolto da uno spazio di coworking, né da un’iniziativa dal basso. Servono spazi di welfare tradizionale che devono essere attivati e quindi difficoltà che devono essere presi in carico.
E da quando ci siamo le cose stanno già cambiando.

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